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  • Proteggere e preparare: che cosa chiedono i genitori sull’IA a scuola

    Proteggere e preparare: che cosa chiedono i genitori sull’IA a scuola

    Quando si parla di intelligenza artificiale a scuola, la discussione scivola quasi sempre su una scelta secca: permetterla o vietarla. Un sondaggio pubblicato a fine settembre negli Stati Uniti racconta una cosa più interessante. Vale la pena guardarlo da vicino prima di trarne conclusioni.

    Che cosa dice il sondaggio

    La rilevazione è di National Parents Union ed Echelon Insights: 1.528 genitori di studenti delle scuole pubbliche americane, interpellati online dal 7 all’11 settembre 2026. I risultati sono raccolti in un tracker pubblico aggiornato il 28 settembre.

    • L’85% vuole che la scuola insegni la sicurezza nell’uso dell’IA.
    • Il 79% vuole che tutti i docenti siano formati sull’alfabetizzazione digitale e sull’IA.
    • Il 77% vuole che gli studenti imparino a usare bene questi strumenti.
    • L’86% vuole vietare alle aziende tecnologiche di raccogliere i dati dei ragazzi.
    • L’81% vuole impedire alle scuole di acquistare tecnologie di cui non è stata dimostrata la sicurezza e l’efficacia.

    E poi c’è il dato che da solo sembra stonare: il 71% è favorevole a vietare agli studenti l’uso libero dei chatbot durante la giornata scolastica.

    Una contraddizione solo apparente

    Nello stesso sondaggio, chi vuole limitare i chatbot in classe vuole anche che la scuola insegni a usarli. Gli autori sintetizzano la posizione in due verbi: proteggere e preparare. Non una richiesta di lasciare gli studenti liberi di usare qualunque strumento per qualunque cosa. Nemmeno una richiesta di togliere l’IA dalla scuola.

    Chi ha letto il primo capitolo del libro riconosce lo schema. Davanti all’IA le scuole prendono tre strade: vietare, subire, insegnare. Le prime due sono più semplici da deliberare. La terza chiede più lavoro, ma è l’unica che tiene insieme le due richieste dei genitori: limiti chiari su quando e come si usa lo strumento, poi un lavoro esplicito in classe su come lo si usa bene.

    C’è anche un dettaglio pratico. Una scuola che limita i chatbot durante la giornata e insegna a usarli non è in contraddizione se lo strumento sta in mano al docente, alla cattedra, mentre la classe lavora sulla risposta proiettata. Nel libro dieci attività su dodici sono costruite così: nessun account degli studenti, nessuna soglia d’età da verificare, il giudizio al centro dell’ora.

    Le famiglie vogliono sapere

    Una rilevazione precedente della stessa organizzazione, a maggio 2026, diceva che l’88% dei genitori vuole essere informato se il figlio userà un sistema di IA, l’87% se informazioni o lavori del figlio vengono condivisi con un sistema di IA. L’84% vuole trasparenza anche sull’uso che ne fa il personale.

    Questo porta il discorso fuori dall’aula. L’IA a scuola non riguarda solo che cosa fa uno studente con una chat: riguarda quali strumenti sceglie l’istituto, quali dati ci finiscono dentro, che cosa viene detto alle famiglie. Anche le Linee guida ministeriali italiane parlano del diritto delle famiglie di decidere se i dati dei figli possano essere usati per addestrare i sistemi, senza che questa scelta limiti l’accesso agli strumenti didattici.

    Formare i docenti non vuol dire insegnare uno strumento

    Il 79% chiede docenti formati. Il dato va letto bene. Un regolamento d’istituto non diventa pratica quotidiana se chi deve applicarlo non sa riconoscere i limiti di una risposta, il peso di un verbo, quello che non è arrivato. E conoscere bene un prodotto non significa sapere che cosa non affidargli. In Europa l’obbligo di alfabetizzazione del personale previsto dall’AI Act è stato riscritto nel luglio 2026: resta in capo a chi usa i sistemi, ma non impone più di garantire un livello specifico per nessuno. Una ragione in più per costruire la formazione sul lavoro vero, non sull’adempimento.

    Che cosa non ci dice

    Sono genitori americani. Il campione non rappresenta le famiglie italiane e sarebbe scorretto trasferire queste percentuali alla nostra scuola. Le domande, però, viaggiano: la scuola forma i docenti? Insegna agli studenti come usare l’IA e quando non usarla? Valuta gli strumenti prima di adottarli? Protegge i dati? Spiega alle famiglie che cosa usa e perché?

    La domanda utile per un collegio non è permettiamo l’IA? È a quali condizioni siamo pronti a usarla con i nostri studenti?

    Per lunedì mattina

    Se devi scrivere alle famiglie su un’attività con l’IA, prova a dire tre cose: che cosa farà la classe, in quali attività, che cosa non farà. È l’informazione che i genitori cercano e che quasi nessuna comunicazione contiene. Nel ricettario del libro c’è la richiesta per scriverla con il tono giusto: informa, non rassicura.

    Il libro Insegnare quando l’IA è già in classe lavora su tutti e due i verbi: proteggere i dati e il giudizio, preparare la classe a usare lo strumento con metodo. Se vuoi portare questo lavoro nella tua scuola, trovi i corsi in aula.

    Fonte: National Parents Union ed Echelon Insights, sondaggio nazionale su genitori di studenti delle scuole pubbliche K-12, 7-11 settembre 2026, N=1.528; rilevazione di maggio 2026, N=1.527. Dati consultati il 4 ottobre 2026 su parentsonai.org.

  • IA e piani personalizzati: che cosa si può chiedere senza mettere dentro il ragazzo

    IA e piani personalizzati: che cosa si può chiedere senza mettere dentro il ragazzo

    Sono le sette e mezza di sera. Una docente di sostegno ha tre cose aperte sullo schermo: il piano educativo dello studente, il materiale che la classe sta usando, una sua scheda di osservazione. Le informazioni ci sono tutte. Le manca trasformarle in una scheda semplice per lui, ma non troppo semplificata. E la tentazione di farsi aiutare da un assistente c’è.

    Quello che sai a memoria e quello per cui apri il documento

    Quando le ho chiesto che cosa saprebbe scrivere senza aprire il documento, ha risposto: l’obiettivo su cui sta lavorando, la difficoltà più evidente, le strategie che usa di solito. Per il resto preferisce aprirlo: le formulazioni esatte, gli indicatori di verifica, i dettagli concordati con il gruppo di lavoro.

    È qui che cade la linea. Quello che serve per chiedere lo sai a memoria. Quello per cui apri il documento serve a controllare te, non a istruire lo strumento.

    Basta il nome accanto alla cosa

    Il Garante per la protezione dei dati personali ha scritto, in un provvedimento del 2024, che il riferimento al piano educativo individualizzato rappresenta di per sé un’informazione relativa allo stato di salute dell’alunno. In un caso del 2025 la stessa qualificazione è stata data alla convocazione del gruppo di lavoro con il nome dell’alunno, senza nessun piano allegato. Non è il contenuto del documento a essere delicato: è il collegamento fra quel ragazzo e quel percorso.

    Si descrive il compito e l’ostacolo, non la persona

    Invece di ho uno studente con un piano personalizzato che fatica a…, scrivi devo spiegare questo concetto a chi si perde quando la frase supera due righe. Invece di questo alunno non regge un testo lungo, scrivi mi serve lo stesso contenuto in tre blocchi da cinque righe, ognuno con una sola idea.

    Una richiesta costruita così non contiene informazioni su quel ragazzo, non perché le hai tolte per prudenza, ma perché non servono a fare il lavoro.

    Quattro cose che si possono chiedere

    • Tre versioni della stessa consegna, con la stessa richiesta cognitiva e tre livelli di testo.
    • Un testo semplificato a partire dal materiale della classe, dichiarando che cosa deve restare intatto.
    • Una spiegazione alternativa dello stesso concetto: un esempio concreto al posto della definizione.
    • Più modi di verificare lo stesso obiettivo, fra cui scegli tu.

    In nessuna compare un nome, una classe, un documento o una diagnosi. E in nessuna lo strumento lavorerebbe meglio se ci fossero.

    La prima persona a cui chiedere

    Quando la domanda non è più tua, la prima persona a cui chiedere non è un consulente: è la collega più esperta o la referente per il sostegno, nella stanza accanto. Come ha detto la docente del colloquio, chiedere aiuto non è una debolezza.

    Per lunedì mattina

    Prendi la prossima richiesta che stavi per scrivere e dividila in due: quello che descrive il compito e quello che descrive il ragazzo. Togli la seconda parte e rileggi. Se descrive ancora il lavoro che volevi far fare, mandala così.

    Il capitolo 16 di Insegnare quando l’IA è già in classe entra nel dettaglio; il fascicolo Includere del quaderno d’aula ha le richieste scritte per intero.