Una collega mi ha detto una frase che non mi sono più tolto dalla testa: ho corretto ventisette temi e ne ho letti tre. Non intendeva che ventiquattro fossero copiati. Intendeva che ventiquattro erano lo stesso tema.

Quando un compito smette di funzionare

Un compito smette di funzionare quando il prodotto che chiede si può ottenere senza fare il percorso che quel compito doveva far fare. Non è una questione di difficoltà. Le richieste più esposte hanno tutte la stessa forma: un prodotto standard su un argomento pubblico. Il riassunto di un testo noto, la ricerca su un argomento generale, il tema su un tema.

Quei compiti non erano compiti pigri. Erano buoni in un mondo in cui quel testo costava a uno studente un pomeriggio di lavoro. Il fatto che oggi si ottenga in un attimo non li rende un errore di chi li assegnava.

Le tre ancore

Nessuna delle tre impedisce di farsi aiutare e non serve a quello. Rende il lavoro più difficile da delegare per intero e fa sì che la parte che resta da fare allo studente sia quella che ti interessava.

Che cosa succede quando la traccia ha un’ancora

Per il libro ho dato a uno strumento una traccia ancorata: collega l’esperienza al brano letto giovedì e a quello che ha detto il tuo compagno durante la discussione in classe. Il testo è arrivato lo stesso, completo. Ma in tre esecuzioni su quattro ha inventato che cosa aveva detto il compagno. Un riferimento inventato lo scopri in biblioteca; questo lo scopre il compagno che alza la testa.

L’ancora non impedisce di generare il testo. Rende visibile, a chi c’era, dove il testo ha dovuto riempire un vuoto.

Reggono, da riprogettare, da abbandonare

Passa i tuoi compiti in un filtro a tre colonne. Reggono quelli che chiedono materiale, contesto o scelte che stanno solo nella tua classe: si assegnano come prima. Da riprogettare quelli in cui il prodotto si ottiene altrove ma l’obiettivo è ancora buono: basta una riga. Da abbandonare quelli in cui l’obiettivo era già il prodotto: si tolgono e il tempo va su altro.

Per lunedì mattina

Prima di assegnare la prossima traccia, falle una domanda sola: c’è qui dentro qualcosa che si può scrivere solo essendo stati in quell’aula? Se la risposta è no, aggiungi una riga che nomini una cosa a cui c’eri. Quando i lavori tornano, cerca quell’elemento e guarda se regge.

Le quattro attività per lavorare sulle consegne sono nel capitolo 11 di Insegnare quando l’IA è già in classe; la griglia per riscrivere la consegna è nel quaderno d’aula.

Chi insegna ha già visto passare parecchie cose: piani, sigle, piattaforme adottate e poi lasciate. Per questo qualunque proposta sull’intelligenza artificiale deve superare una prova sola: entrare in quello che facciamo già, senza aggiungere un livello. Il Metodo F.A.I. è fatto di tre gesti che stanno dentro una consegna che avremmo dato comunque.

Fermati: un intervallo fra ricevere e usare

Il momento esiste e dura pochissimo. Hai davanti una risposta che sembra a posto, la stampante accesa e domani hai quella classe alla seconda ora. Fermarsi non vuol dire diffidare di tutto: vuol dire mettere un intervallo dove adesso non c’è.

Per noi sono due domande, in quest’ordine:

Per la classe la pausa diventa un passo scritto nella consegna, uguale per tutti: scrivi la cosa di cui sei meno sicuro e perché. Se è sul foglio insieme alle altre istruzioni non accusa nessuno. Se la introduci il giorno in cui un elaborato ti insospettisce, la classe capisce che è un’altra cosa.

Analizza: la risposta come oggetto, non come responso

Guardare un testo con una domanda sola non funziona, perché la domanda che viene in mente per prima, è corretto?, è la meno utile. Nel libro le chiamo sei lenti e si usano in fila: cosa dice, come lo dice, cosa ha aggiunto, come è scritto, cosa manca, da dove viene.

La più difficile è la quinta, perché un’assenza non si vede. In una verifica sulla Prima guerra mondiale costruita su una lettera dal fronte, l’estratto scelto dallo strumento era proprio quello che non permetteva di rispondere alla domanda sulla fonte. Niente era falso. Mancava la parte che contava.

E una cosa da tenere a mente: chiedere al modello se si è inventato qualcosa non è un controllo. È chiedere un’altra risposta.

Impara: tre righe che prima non esistevano

È il passo che si salta più spesso, perché arriva quando il lavoro è finito. È anche l’unico che produce qualcosa di nuovo: tre righe in cui lo studente indica un punto preciso del proprio lavoro. Dove era meno sicuro, che cosa ha cambiato mentre lo faceva, dove si è fermato di più.

Quelle righe non si votano e non si correggono. Si usano: se un ragazzo ha scritto che non era sicuro del terzo paragrafo, il tuo commento comincia da lì. La volta dopo sa che quella riga viene letta.

Due piani da tenere separati

Il primo piano siamo noi, quando prepariamo una verifica o una circolare: nessuno se ne accorge. Il secondo piano è la classe, dove i tre gesti diventano un pezzo del compito. Il primo viene prima: chi non ha mai fermato sé stesso davanti a una risposta rischia di non sapere che cosa sta chiedendo ai ragazzi.

Per lunedì mattina

Scrivi la pausa dentro la prossima consegna, con le stesse parole delle altre istruzioni e senza spiegazioni: ultimi cinque minuti, sul retro, scrivi la cosa di cui sei meno sicuro e perché. Alla restituzione, comincia tre commenti dal punto che lo studente ha indicato.

Il metodo è spiegato per intero in Insegnare quando l’IA è già in classe; le schede da fotocopiare sono nel quaderno d’aula. Se vuoi provarlo subito, parti dal kit della prima lezione.